Quel che c’è dopo

Scritto da Francesco Corigliano

tarr2“E adesso?”
Goffredo guarda il comandante, mentre anche l’ultima pietra dell’ultima torre del castello abbattuto smette, infine, di rotolare.
“E adesso?” dicono anche gli altri uomini, col respiro che si fa meno affannoso, e il sudore che inizia ad asciugarsi.
“Adesso” fa Carlo, rinfoderando l’arma, “beh, adesso, adesso abbiamo finito”.
“E che si fa?”
“Come che si fa” sbotta lui, non riuscendo ad alzare troppo la voce, “si festeggia, si fa baldoria. O no? Sono due anni che noi si aspetto questo momento” prosegue poi, indicando il maniero distrutto, i vessilli in terra, i popolani che già accorrono festosi, “ora ci si gode la fama e la gloria, credo io. O no?”
Goffredo annuisce, tira su un sorriso leggero. “Eh sì, hai ragione, comandante. Ormai non pensavamo più a nient’altro, vero? Io quasi non mi ricordo com’è fatta una donna, o una bottiglia di vino”.
Gli altri ridono, ma non si sente bene – forse per le grida di quelli che accorrono gioiosi – e il silenzio della sera che scende pare solido, forte.
“Così si parla” dice Carlo, dando una pacca sulla spalla al suo secondo, “uno inizia così, quasi di controvoglia, spesso cominciando l’impresa più per un senso di necessità che per vero desiderio. Giusto? E si pensa che qualcuno deve pur farlo, che niente si da fa sé, a parte forse Dio. Ma poi, lo sapete, ci si piglia gusto; si entra nella questione, nei fatti, e ogni cosa di quelle che c’erano prima pare una sciocchezza, una cialtroneria buona solo a chi non vuole combinare niente nella vita.
“Quant’è vero” dice Goffredo, mentre i contadini  li circondano e portano bevande e cibi, cantando.
“E si pensa, si pensa” continua Carlo, gridando per farsi udire nel frastuono, “si pensa che la faccenda che s’è intrapresa è importante, fondamentale, e lo si dice in forza della necessità che vi si era vista. Ci si sente distinti, notevoli, si sorride bonariamente degli affanni degli altri. E che sono, a confronto dei nostri? Con benevolenza si annuisce ai loro sospiri. Ma qualcuno poi viene, e dice che più della metà di quell’importanza la vediamo solo noi; che è negli occhi nostri – tu pensa la sciocchezza! – com’è la bellezza dell’amato nello sguardo dell’amante. Qualcun altro ancora, peggiore, dice che quest’importanza non è neanche in noi, che non è da nessuna parte, che è solo un aggrapparsi, infine, un raggomitolarsi in sé, che siamo noi stessi e nient’altro, una vaghezza, un’illusione. Dicono, questi, che è come quando sei in un giardino e ti trovi di colpo in un deserto bianco, così, bianco, e che proprio mentre capisci che quello è solo il lenzuolo con cui t’eri coperto per il sonno, già di quel giardino che hai sognato non t’è rimasto niente, niente di niente, capite? Solo il vago ricordo, del ricordo. E lo dicono, costoro, come se uno non pensasse al dopo, vecchi miei! Come se uno – strilla quindi, stanco, – che è dentro una cosa, non pensasse mai a ciò che farà dopo, cosa sarà dopo!”
Ma nessuno riesce a sentire ciò che dice Carlo. La gente in festa li afferra, li abbraccia, li solleva, li trascinano al paese per le celebrazioni e la gioia. Il comandante ride e cerca gli occhi dei compagni; quelli lo guardano, lo salutano, e lui pensa; pensa che ciò che c’è nei loro sguardi è forse il riflesso di ciò che c’è nel suo, soltanto un riflesso, o forse l’ombra opaca che getta il sole, al posto della luce, quando lenta e fredda scende infine la sera.

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