Il sapore del dubbio

Scritto da Francesco Corigliano

salumi_3Oggi è giovedì. Il giovedì faccio la spesa. Sono uscito di casa, ho camminato per cinque minuti, sono entrato nell’alimentari. Faccio la fila al banco salumi. Ignazio, il mio commesso di fiducia, mi guarda sorridendo. Tocca a me.
“Mi dica, mi dica tutto” sorride, con quei suoi occhi buoni e comprensivi, con quei baffi amorevoli.
“Allora Ignazio” gli dico io – e che emozione – “Ignazio, per cortesia, una mozzarella, e due etti di prosciutto”.
“Parma?” e quelle sillabe profumano come una caprese ben condita. Sorrido. “Sì”, faccio, “sì, un Parma di quelli belli”.
Inizia il rituale. Con mani sicure Ignazio acchiappa il prosciutto, lo depone sull’affettatrice, accende la lama vorticante che con grazia tira via la prima fetta sull’incarto già pronto. Due, tre, quattro. Ignazio è sereno, gli altri clienti sorridono, io mi crogiolo nella delizia.
Alla quinta fetta, Ignazio – come sempre, come ogni giovedì, da anni – prende l’involto con il prosciutto, lo sposta dall’affettatrice alla bilancia per pesarlo. Sono cinquanta centimetri di spazio, mezzo metro di planata leggera per le carni ben stagionate di un maiale che non ha mai pensato al volo; appena atterrano sulla bilancia, quella le valuta severa: un etto, dice, ed è troppo poco. Ignazio riporta tutto alla lama, con maestria, e taglia ancora. Ed ecco di nuovo, tre fette, e le dita esperte agguantano l’incarto e lo ripongono sulla bilancia. Un etto e sei. Secondi, istanti di prosciutti saltellanti qui e lì.
Io sto bene, sto benissimo. Penso a quel grasso che mi si scioglierà tra i denti, a quelle fibre di carne che mi macereranno nello stomaco. Ma la domanda, ecco, sorge spontanea, liscia, e mi trovo a parlare senza quasi accorgermene. “Igna’, scusa eh,” dico ridendo, “ma volevo sapere, com’è che nessuno mette mai una bilancia direttamente sull’affettatrice, così evitate ‘sto ambaradan che uno va avanti e indietro? Così, tanto per chiedere”.
Ignazio si blocca, s’irrigidisce, mentre la lama circolare gira impetuosa. Nessun’altro mi ha sentito; solo lui. Mi guarda, con occhi opachi; il bel marrone delle sue iridi s’è di colpo incupito.
Non dice nulla, e riprende a tagliare. Le mani sono le stesse, quelle audaci e sincere di un vero salumaio; ma i gesti sono più lenti, freddi. Non capisco. “Oh Ignazio,” faccio, titubante, “forse non mi hai sentito. Perché non ci stanno le bilance sulle affettatrici?”
Quello si volta di scatto, mi fissa. Abbandona il macchinario, si protende verso di me, e pare che il vetro del bancone che ci divide stia per spezzarsi davanti a tanta forza. Mi scruta, rizza i baffi come i peli di un gatto; mi punta un indice tra gli occhi e dice: “Venga, venga che lo chiediamo al direttore”.
I clienti guardano, qualcuno borbotta, altri tacciono. Un commesso dice loro “non è niente, non è niente”, mentre altri due mi avvicinano e mi accompagnano verso la direzione. Non capisco, chiedo spiegazioni, guardo Ignazio che mi segue puntandomi addosso le sue pupille divenute spiedi.
L’odore del prosciutto sparisce, si confonde con la fragranza di pane, l’afrore d’olive, la muffa del mocio abbandonato in un angolo. Mi spingono per porte e porticine, in silenzio; mi gettano infine nell’ufficio del direttore, lui assiso su una enorme poltrona, circondato da cataloghi e cataloghi di marche di pasta, sotto l’occhio vigile di una grande porchetta ritratta in una foto sbiadita. “Lei” fa il direttore con un grugnito, mentre i bruti mi ficcano a forza su una sedia, “lei, signore, viene nel nostro negozio, e disturba i nostri beneamati impiegati con le sue domande inopportune”.
Mi ha ascoltato, prima? Perché mi trattano così? Agita un pugno ornato di un orologio troppo grande, proprio davanti al mio naso. “Lei, signore, lei si fa le domande sbagliate”.
“Ho soltanto chiesto perché non mettono le bilance sulle affettatrici” dico, con un urletto che speravo meno acuto. Agguanto la sedia, e i tre servitori mi si fanno addosso, circondandomi, con espressione di stupore e rabbia. Il direttore strabuzza gli occhi, piega il doppiomento sull’ampio petto. “Signore, lei, vuole proprio saperlo?”
“A questo punto non ne sono così sicuro”.
“Lei lo vuole sapere”.
“Sì, no, ma non lo so, io volevo il prosciutto, il prosciutto e una mozzarella”
“Lei, signore, ora sentirà” borbotta con quel tono da porco, e si sporge e mi piazza il suo orologio davanti agli occhi, “noi, signore, non mettiamo bilance sulle affettatrici perché quelli come lei, signore, i clienti sporchi e rozzi  stupidi come lei, perdano del tempo”.
“Del tempo? Che tempo?” e la voce mi muore in gola.
“I secondi, signore, gli istanti che separano le lame dai pesi, i tagli dai numeri. Il tempo, signore, nascosto tra un etto e nove, e due etti”.
“Nove, dieci?”
“Tra i due, e i «due etti e due, lascio?»”
“Oh, ma perché? Perché?”
“Lei, signore,” e il direttore s’è fatto grosso, irsuto, mentre l’aria si riempie di puzza di muschio, “lei signore non immagina quanto tempo si ricavi, così. Tempo, signore, tre secondi a lei, due secondi a Gianmario, cinque secondi alla signora Patrizi che viene qui a pigliare le aringhe”.
“Non è possibile. Perché dovreste farlo?” balbetto, e la mia domanda mi sembra sciocca e terribile.
“Quattro secondi a Sara che vuole il panino, due e mezzo a Claudietto che vuole il gambetto, dieci a Iago che vuole l’asiago” sbraita il direttore, sputandomi addosso e battendo le mani, “cinque a Pasquale che vuole il guanciale!”
“Otto a Toniella, vuol la mortadella!” urla il commesso alla mia destra, stringendomi il braccio, e “sei a Nicola, che vuole il robiola!” fa eco quello a sinistra, agguantandomi le spalle. Mi vien la nausea, voglio andarmene, ma Ignazio mi chiude la bocca con le sue dita nodose e mi canta nell’orecchio: “la bilancia, signor Paoletti, la bilancia!”
Non capisco, non capisco, niente, voglio scappare e urlare e gridare, guardo attorno i cataloghi Barilla e De Cecco e Tizio e Caio e Sempronio e il direttore che sale sulla scrivania e saltella come un satiro: “Perché? Perché?” ride sguaiato, “perché, vuole sapere, perché? Eh, il perché, il perché vogliamo il vostro tempo! Lo sa, signore, quante ore abbiamo preso, quanti giorni rubato, quante settimane e mesi e ere vi abbiamo strappato, come si strappa la carne dall’osso? Ehhhh lo vuole sapere, perché?” e ride, oh, quanto ride, e il suo collo grasso s’è coperto di setole e il naso s’è schiacciato fin troppo, fin troppo, “il tempo lo prendiamo, e lo offriamo, signore, a chi lo vuole, a chi lo chiede!” urla, adesso, e mi indica la foto della porchetta.
Non voglio, non voglio guardare, ma Ignazio mi gira la testa sulla foto, e tutti strillano, ululano, ”guardi, guardi!”  impazzano facendo tremare il pavimento. Fisso la porchetta, chiudo gli occhi, ma subito mi si riaprono; le orecchie mi tremano, indifese, sotto i colpi delle gole acute; vacillo, sto fermo, barcollo, sudo mentre la porchetta si vibra, si muove, e attorno a lei si apre un abisso vasto, buio e odoroso.
Oddio, oddio lo spazio che s’estende, l’ululato che si alza mentre la porchetta mi guarda, rotea, gira e gira e gira e un profumo d’origano e di pepe impregna l’aria carica di grida. Ah, il buio, ma io vedo, la porchetta sparisce, e strane forme si agitano nell’ombra. Chi vuole i secondi, chi vuole i secondi? I maiali volano, i vitelli rimbalzano, le grida di uomini diventano richiami di bestie e tutto gira e vortica e nel nero – oh, nel nero, ma è così chiaro! – si staglia immenso un profilo, e un altro, e un altro; la nausea mi piega lo stomaco, il naso mi si arriccia all’impossibile davanti alla colossale bestia che si erge davanti a me. Oh Signore, Dio, Signore, ecco l’immenso filetto che nuota, ecco la bresaola cosmica stendere gli artigli! Sono essi, sono essi che bramano famelici! Lì, lo speziato Gnam-Sothoth, la Chiave e il Culatello! Là Sugn-Niggurath, la Mozzarella dai Mille Cuccioli! L’orrore, l’orrore mi nuota nella gola e nel palato di fronte all’immensità di queste carni e di quei gusti, di fronte agli stuoli – quanti sono? Quanti sono? – di cultisti salumieri che li adorano. Mi spappolo, mi trito, mi arrotolo. Signore, proteggimi, se le urla sono grugniti e gli spazi son vaschette di plastica, se il crudele Berettothep – il Salame Strisciante! – mi scruta e ride e ride e ride oh come ride di grasso e pistacchio! Mi smembro, mi disarticolo, e sono proiettato avanti – nel vuoto siderale, negli empi spazi frigoriferi – e mi scorrono davanti file in salumeria, echi al supermercato, etti pesati male e salsicce mal salate. Non posso più provare nulla, nulla sento se non l’odore e il terrore più profondo che un uomo di carne possa provare! Affondo, ecco, tra lame vorticanti, urla scroscianti, e lì – oltre i pianeti, oltre le galassie, oltre ogni forma visibile e sensibile di questa inutile realtà – ecco stagliarsi Parmathot, il folle prosciutto califfo, che mangia sé stesso al centro dell’universo, vorace di fame e di tempo, attorniato da stormi infiniti di salamini idioti e caciotte danzanti! Non esiste, non esisto! Cosa esiste! Il buio si chiude sull’ultima visione, gli occhi sfrigolano come pelle di pollo, e io mi sento sparire, infine, mentre il buio si colora dell’impossibile colore di Carnthulhu, il Sommo Capocollo che dorme stagionando, che mi osserva  incomprensibile e indescrivibile e incommensurabile e mi dice: “Comunque, signor Paoletti, magari le bilance non le mettono sulle affettatrici perché con tutte le vibrazioni della lama potrebbero decalibrarsi. Le pare?”.

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