“Il giocatore” – e il gioco – di Dostoevskij

Scritto da Francesco Corigliano

il-giocatore-di-f-dostoevskij_3ec3492f3aec789a311348203132a170Appare chiaro sin dalle prime pagine che Il giocatore risente della strana vicenda che portò alla sua stesura. Nel bel mezzo del lavoro su Delitto e castigo, al povero Fëdor (o FIODOR, come figura sulla mia vetusta edizione BUR) viene chiesto di scrivere in un mese un bel romanzo da gettare in pasto all’editoria, per pagare i suoi debiti di gioco. La vicenda è curiosa e potete leggerla benissimo da qualche altra parte, ma dato che mi sento buono vi segnalo qui alcuni punti che ci permettono di capire come questo lavoro non sia semplicemente il frutto d’una urgenza o del bisogno di big money. Già nel 1863 Dostoevskij aveva pensato ad un’opera incentrata sul gioco d’azzardo, e lui stesso era stato per un periodo un accanito giocatore; così la pulsione più prettamente personale emerge nel romanzo, sebbene in maniera un po’ discontinua.

Lo dico subito: Il giocatore mi è piaciuto, ma non posso non dire – per quanto possa risultare ovvio – che si tratta a mio avviso di un’opera minore. Sarà stata colpa dei limiti di tempo, o di spazio, ma qui Dostoevskij non ha potuto esercitare in maniera compiuta le sue capacità. E sebbene esistano dei momenti notevoli (l’arrivo della baboulinka, le sue giocate al Casinò, il bizzarro soggiorno a Parigi del protagonista), la sensazione di base è quella di una certa discontinuità, con lunghi momenti di mero susseguirsi di azioni, sospetti, intrighi che potrebbero far pensare anche ad un feuilleton qualsiasi, e intervalli di riflessione – perlopiù sul tema dell’anima russa, e del suo rapporto con quella europea, che guarda caso vediamo ampiamente sviluppati nel coevo Delitto e castigo.

Ad ogni modo, è anche in questa discontinuità che risiede il fascino dell’opera, che resta sempre un lavoro importante del caro FIODOR anche e soprattutto per la gestione del finale. Certo esistono molti elementi che avvicinano Il giocatore ad altri punti focali della produzione di Dostoevskij (e penso a questa Polina, che mi ricorda a tratti Katerina Ivanovna e a tratti Grušenka dei Fratelli Karamazov, nonché al momento di confronto tra il protagonista e la stessa Polina che si svolge a quell’intimo lume di candela visto con Sonja in Delitto e castigo, e anche in certe riunioni de I demoni); ma io credo che sia il finale finalissimo a schiudere il senso vero e proprio del romanzo.

Romanzo che dovrebbe essere sul gioco d’azzardo, o meglio su di un uomo che gioca d’azzardo, ma che ci mostra un protagonista preso più dagli eventi sociali e sentimentali che gli si abbattono contro che, piuttosto, dalla roulette. Il gioco c’è, e cambia anche (poco) l’andamento dei fatti (specialmente con le perdite della nonna), ma è solo una figura, un concetto a cui il protagonista si rifà, prendendo il rischio in sé come modello per affrontare la vita. E se si perde, se si resta senza più nulla, poco male: domani è un altro giorno, e si potrà giocare ancora, si potrà ancora osare.

Ecco, tutto bello, a qualcuno quest’idea piacerà pure. Non fosse che alla fine, nel confronto con mister Astley, al protagonista viene rinfacciata questa concezione della vita, che peraltro l’ha portato a perdere ogni possibilità sentimentale con Polina; gli viene detto chiaro e tondo che questo continuo esercizio del rischio, che funge da campo di sfogo per un’impulsività che dovrebbe essere tutta russa (e soltanto per i russi, si dice all’inizio del romanzo, è stata inventata la roulette), non fa che fagocitare se stesso e condurlo a ritornare perennemente sui propri passi. Lui, che dall’esterno sa dire quando smettere di giocare, quando e come agire razionalmente, non è nient’altro che un’altra ruota dentata nel meccanismo che per sé unicamente gira. Le sue idee sulla forma, sull’aderenza della forma stessa all’individuo, e tutte quelle altre storie che tira fuori per giustificare, davanti a sé e agli altri, che Polina non può che infatuarsi dell’elegante francese De Grieux, tutto quanto è soltanto un espediente per poter dirsi ancora una volta che c’è un pretesto per girare di nuovo la ruota.

Quest’arrendevolezza al fato non è nulla di diverso rispetto alle ossessioni degli “uomini d’idea” dei Demoni, niente di diverso dai pensieri tormentosi di Raskolnikov, o dei fratelli Karamazov (tutti). E nel non voler riconoscere in sé questa stessa arrendevolezza risiede uno dei caratteri tipici dei personaggi di Dostoevskij, come ha notato Bachtin in Dostoevskij. Poetica e stilistica: questi “lottano aspramente contro tali determinazioni della loro personalità che compaiono sulla bocca di altri uomini. Tutti sentono vivamente la loro interna incompiutezza, la loro capacità di crescere dall’interno e di rendere non vera qualsiasi determinazione esteriorizzante e definitiva di essi” (p.80 dell’edizione Einaudi del 1963).

Il giocatore, dopo tutte le discussioni e le delusioni e i dolori, crede che domani potrà ancora rinascere, ancora risorgere, ancora tornare alla luce, ma non capisce che è proprio questa nuova vita a renderlo ormai morto.

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