Il tempo dei miracoli crudeli

Scritto da Elena Vetere

solarisIncuriosita dai primi dieci minuti dell’omonimo film di Andrej Tarkovskij, ho acquistato Solaris di Stanisław Lem (1961), scrittore di Leopoli cresciuto a Cracovia, serbando la netta convinzione che non sarebbe stata una lettura esclusivamente riconducibile alla dimensione fantascientifica, cui pur strettamente appartiene.

Effettivamente, per assaporare bene il romanzo, non si può non ricorrere a più chiavi di lettura, prima tra tutte quella epistemologica – col perenne interrogativo sull’effettiva possibilità di raggiungere un pur minimo livello di conoscenza, di comprensione della “realtà solariana”, rendendo chiaro come Solaris non miri soltanto ad attrarre l’attenzione dei lettori di fantascienza, ma anche quella di coloro i quali abbiano la gioia, la volontà e la pazienza di affrontare, provando a rispondere, i quesiti che la filosofia impone all’uomo.

L’atmosfera inquietante che impregna le pagine trapela continuamente dalla rappresentazione che Lem ha voluto fornire di Solaris, pianeta vivente, forse senziente, forse cervello o Dio dell’universo e dal rapporto che gli esseri umani, tutti, sia quelli rimasti sulla Terra che quelli partiti per la Missione (e le missioni precedenti), hanno (o non hanno) con esso.

Il tentativo di comprendere il come ed il perché dell’oceano vivente, che ricopre quasi totalmente la superficie del pianeta a sedici mesi di distanza dalla Terra, riduce gli uomini – ed il lettore – ad entità divorate dall’incertezza, mentre il continuo cercare un Contatto, che poi è l’obbiettivo primario della Missione, rivela l’impossibilità dei solaristi, dei protagonisti, e quindi dell’essere umano, di accettare il quasi assoluto silenzio da parte di un’altra creatura sospettata di possedere intelligenza. Tutto il tormento di tale desiderio frustrato sfocia in direzioni differenti ed estreme, da una parte nell’aspirare alla follia come unica scappatoia, come avviene per il solarista Kelvin, il quale si autosottopone ad un “esperimento cruciale” per verificare la propria sanità mentale arrivando alla conclusione che «Non ero pazzo, l’ultimo filo di speranza era svanito», dall’altra,  nella  strisciante idea di distruggere l’incomprensibile, anche se si tratta di un pianeta intero più grande della Terra : «Per la prima volta negli studi solaristici si erano levate voci auspicanti il ricorso a un attacco termonucleare. Quell’ iniziativa era peggio di una vendetta: si voleva distruggere ciò che non si riusciva a capire».

La lettura risulta ancora più affascinante nel momento in cui subentrano i “fantasmi”, le “creazioni F”, che «non sono persone e neanche copie di determinate persone, ma solo una proiezione materializzata del contenuto del nostro cervello circa una determinata persona». Ciò introduce la figura del Doppio e, almeno in Solaris,  la tristezza infinita che ne segue, in quanto oltre al turbamento e poi all’angoscia di coloro che sono causa della proiezione,  tali creazioni  F a tratti sono davvero consapevoli di “non essere propriamente loro”, di essere altro pur in un corpo che dovrebbe appartenergli – come ad esempio avviene per Harey:  «Non so da dove mi vengano, però ho dei pensieri così strani, così esterni, come se non fossero miei, ma venissero da fuori, da lontano».

L’oceano vivente, tanto analizzato e “interpretato” dai solaristi e dal lettore, con le sue inverosimili strutture create dal plasma, pare essere l’unico protagonista  in grado di mantenere una certa integrità ed una consapevolezza di sé e del proprio inimmaginabile Io, quando invece l’identità sia mentale che fisica dei personaggi, i quali sappiamo con sicurezza essere pensanti, viene messa in dubbio e disgregata.

La narrazione è così caratterizzata dal linguaggio e dall’analisi scientifica da risultare, già prima della metà del romanzo, un gradino sotto il credibile e ciò induce il lettore, tutto preso dal decifrare i moti creativi della superficie oceanica, ad allontanare da sé la certezza della genesi e dalla evoluzione fittizie della vicenda.

Nonostante l’esposizione delle teorie circa l’origine e il significato del plasma che avvolge il pianeta sia assolutamente interessante e costituisca uno dei punti di forza dell’intera opera, ogni tanto può risultare ripetitiva e ridondante, in particolar modo nei frequenti momenti in cui il protagonista Kelvin si abbandona alla consultazione dei testi sugli studi solaristici contenuti nella biblioteca della Stazione.

La parte più lirica dell’intero romanzo, comunque, credo sia il finale, una chiusura ad anello che riconduce alle domande iniziali, in cui emerge un ragionamento secondo il quale «Solaris potrebbe essere l’esordio, il germe del Dio della disperazione…forse la sua vitalità infantile supera di gran lunga la sua intelligenza, e tutte le opere della nostra solaristica non sono che un catalogo dei suoi riflessi neonatali», in cui Solaris appare come unico Dio «non condannato a redimere niente, che non salva niente, che non serve a niente e che semplicemente è».

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