Il caos non detto. “Il grande dio Pan” di Arthur Machen

Scritto da Francesco Corigliano

tumblr_mcjh4mgFyv1rpckauUna parte della letteratura subisce uno strano destino: può continuare ad essere letta e vissuta per molto tempo, diventando un classico (così li chiamano), ma soltanto grazie alle etichette che le sono state apposte sopra. Taluni libri, insomma, vengono considerati importanti perché particolarmente influenti in un certo settore o in un certo genere, e non nella letteratura tout court.
Capita così che un romanzo come Il grande dio Pan di Arthur Machen (qui il link al testo in inglese) venga tramandato oggi come un’opera importante nel genere fantastico e orrorifico; e capita però pure che altri romanzi, affini a quello di Machen per varie ragioni, siano riusciti ad emergere dalla “classicità di genere” assurgendo a riconosciuti capolavori di tutta la letteratura. Penso a Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde (1886), o a Dracula (1897), o a L’isola del dottor Moreau (1896).
Ebbene, in questo breve (spero) pezzo vorrei dimostrare che è difficile capire perché Il grande dio Pan non abbia subito una sorte simile a quella di questi altri romanzi. I motivi sono svariati, e per spiegarveli bene dovrò necessariamente fare finta che tutti voi abbiate letto il romanzo. Pronti? Bene.

Machen pubblica questo romanzo breve (o racconto lungo?) nel 1890, sul magazine The Whirlwind, presumibilmente a puntate. Una versione estesa esce poi nel 1894, attirandosi svariate critiche per i contenuti morali disdicevoli. Infatti il romanzo tratta di uno stupro, attuato nientemeno che dal dio Pan – ma il Pan di Machen non è certamente soltanto un dio – e causato dall’esperimento di un dottore, che mette in comunicazione la giovane Mary e l’entità cosmica attraverso una operazione chirurgica. Il frutto di questa violenza, una bambina dai molti nomi e che qui per comodità chiamerò Helen, piomberà nella Londra vittoriana a seminare scompiglio e terrore.
Qui sta uno dei nodi del romanzo. Come accade appunto nella Carmilla (1872) di Le Fanu e, ancora prima, nella letteratura gotica più tipica (basti Il monaco di Lewis, 1796), la donna incarna la minaccia e la tentazione diabolica, operando il male tra gli uomini attraverso la propria sensualità. Machen riesce a costruire un personaggio provocante e tentatore, pur senza mostrarlo mai direttamente.
Come nota acutamente Carlo Pagetti nella postfazione dell’edizione Fanucci (2005), la donna – che poi realmente o del tutto donna non è – si muove con disinvoltura tra gli strati sociali più agiati e quelli più poveri, offrendo con sé stessa tutto la sfrenatezza, il delirio e la passione che ha ereditato dal padre: nei banchetti “innaffiati da allettanti bottiglie di Chianti” e nelle case di malaffare che frequenta, Helen dischiude agli uomini la perdizione e l’infinito orrore del forza primigenia, conducendoli infine al suicidio.c902df4a6d1ad6d552158c4baf3ac75b

 In realtà non ci viene mai mostrato come tutto questo avvenga, e del resto le nefandezze di cui il personaggio è autrice vengono sempre e soltanto raccontate. Nei capitoli de Il grande dio Pan in effetti non accade mai nulla: siamo sempre messi di fronte a personaggi che raccontano ad altri personaggi, spesso spiegandogli per filo e per segno cose che abbiamo letto qualche pagina prima. Perché? Perché a Machen interessa mostrare le reazioni che i vari protagonisti – tutti distinti e ricchi borghesi – provano di fronte al resoconto dei fatti. Reazioni che sono sempre di orrore, paura, costernazione e raccapriccio, e che conducono ad un movimento di reazione contro la minaccia – che alla fine viene in effetti distrutta.

Qui si trova uno dei tanti punti focali del testo. Siamo infatti avanti ad un romanzo borghese, borghesissimo; così come borghesissimi e vittorianissimi sono Dracula e Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde. Nelle tre opere la minaccia esterna e diversa interviene nella quotidianità tradizionale – proprio a Londra! – e la società si unisce contro di essa per annientarla. La comprensione dell’alterità si limita a ciò che è necessario per poterla affrontare al meglio (in pieno stile occidentale, oserei dire), ed essa è tanto più inquietante quanto più sembra appetibile. È inutile che mi dilunghi sull’erotismo che traspare dalle pagine di Dracula, o sul senso di curiosità che sfocia nell’attrazione verso le malvagità commesse da Hyde; gli eroi di questi testi cercano il contatto con l’orrendo alieno, ma paiono dubbiosi sulle loro stesse motivazioni.

Va notato infatti che, proprio come nel romanzo di Stevenson, i personaggi ostentano un orrore e un raccapriccio che a volte suona un po’ esagerato per gli atti (non) descritti; come nel Jekyll e Hyde, sembra che la reazione di repulsione di fronte alle atrocità serva quasi a caratterizzare le atrocità stesse, con un’insistenza simile a quella dimostrata dalla Shelley nel Frankenstein (1818) quando vuole dimostrarci a tutti i costi – e in verità senza riuscirci – che il mostro sia davvero un mostro.

La repressione degli istinti (e principalmente di quelli sessuali) tipica dell’età vittoriana emerge allora in varie salse, non ultima quella del rifiuto dell’omosessualità. È stata incentrata l’attenzione – mi pare che a farlo sia stato Runcini – sugli eroi di Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde, tutti maschi uniti da vincoli di amicizia dai connotati piuttosto ambigui; e anche in Machen tutti i personaggi sono uomini, spesso viveur e vicini tra loro.
Inoltre, i vincoli imposti dalle costrizioni sociali emergono nelle passioni dei protagonisti macheniani, tutti più o meno affascinati dall’insolito (Clarke ha il suo diario Note per dimostrare l’esistenza del diavolo, Villiers ama andare in giro di notte da solo, Austin possiede varie stranezze esotiche e così via) e tutti un po’ imbarazzati dai propri stessi interessi, tanto da dichiararli difficilmente, e spesso con un velo di autogiustificazione.

Tutto ciò echeggia moltissimo decadentismo, e non sarà inutile ricordare che nel 1895, ad un anno dall’uscita in volume de Il grande dio Pan, Oscar Wilde subirà il suo primo processo, con l’accusa di sodomia. In età vittoriana l’istinto deve restare nascosto; e Machen, che lo nasconde il più possibile non raccontandoci niente, ottiene ovviamente l’effetto di tentarci e corromperci ancora di più. D’altronde, Villiers definisce Londra “la città delle risurrezioni”.

fromhell_cover_lgQuesta situazione sembra essere stata perfettamente capita da Alan Moore, che nel suo From Hell (1999, disegnato da Eddie Campbell) tira fuori un perfetto contraltare a Il grande dio Pan. Nel fumetto Moore ricostruisce esattamente l’atmosfera di cui ho parlato poco fa, costruendo un’opera di uno spessore e di una complessità che sono difficili da descrivere; la storia, la speculazione e la mistica si mescolano in un affresco che non dipinge solo la società inglese di fine Ottocento, ma un’intera pulsione umana.
Nel suo romanzo Machen istituisce un’opposizione tra i cinque omicidi di Whitechapel e i suoi cinque suicidi dovuti ad Helen, creando una storia intrisa di tensione cosmica e mistica, in cui l’elemento basso – il caos, la passione, Pan – irrompe a distruggere le vite agiate di aristocratici e borghesi; in Moore è invece il membro dell’élite – addirittura un massone – a imporre l’annientamento, tra membri poveri e disperati della società. L’aristocrazia si uccide, l’aristocrazia uccide; la borghesia cerca il dionisiaco, la borghesia vi cede. In entrambi i casi, l’unico risultato è l’annullamento, lo sprofondare nel nulla che è, infine, ascesi. E se Machen si limita a mostrarci la fine mortale di questi pionieri del caos, Moore va oltre mostrandoci le diffrazioni dimensionali a cui va incontro – “realmente” o meno – lo Squartatore.

Proprio su questo tema vorrei concludere il mio modesto intervento sull’arguto Machen. Il suo Pan è l’essenza stessa del caos, il disordine in cui si dibattono ribollendo le pulsioni più pazze e animalesche; l’intuizione di accennare una personificazione di tali forze verrà opportunatamente sviluppata da Lovecraft, il quale deve moltissimo al gallese – come egli stesso riconosce – e che non mancherà di omaggiare riprendendo la divinità Nodens e scrivendo L’orrore di Dunwich, che fondamentalmente si basa sulla stessa idea de Il grande Dio Pan. Lovecraft sessualizza molto di meno (chissà se il mescolarsi di maschile e femminile nella morente Helen di Machen può ricordare l’androginia di Asenath Waite ne La cosa sulla soglia?), ma apprezza e ripropone la cosmicità di forze che, nonostante la loro universalità e assolutezza, possono ancora intervenire nelle minutezze umane.

Sarebbe interessante approfondire la “simbolizzazione” proposta da Machen, quando tratta dell’atto di prendere forma da parte di Pan, ma magari lo faremo un’altra volta.
Prossimamente parleremo invece dell’influenza della scienza in Il grande Dio Pan, e di come essa lo avvicini – ma anche lo allontani – da romanzi coevi.

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