Lunga vita al Re

Scritto da Francesco Corigliano

6794214174idvQQuella sera le stelle brillarono in modo convulso, e si allinearono. Egli non credeva che il momento potesse giungere a quel modo: pensava che i cancelli si sarebbero aperti nel sogno, o nelle tremolanti visioni che accompagnano l’agonia.
Ma il palazzo apparve, ed egli non poté che incamminarsi per raggiungerlo lungo la città di mezzogiorno. Era un edificio grande, bianco di marmo e ornato di alabastro; i suoi otto portoni si stagliavano sulla grande facciata, e attorno ad essi si affaccendavano mercanti, guardie e lavandaie. Raggiunse il fresco degli androni, e lì fu subito accolto da uno dei maggiordomi; questi portava una livrea scura con ricami d’oro, e sul petto recava cucita l’araldica del Principe.
“Sua Altezza il Principe Suino la attende nelle sue stanze. Perdonerà il Suo nervosismo” disse, mentre lo conduceva ansante per le rampe di scale scintillanti, “si avvicina infatti il momento in cui assurgerà ad Altezza Regale. Si immergerà, come suo padre, e il padre di suo padre prima di lui, e così via” fece ancora, aprendo l’ennesima porta nell’ennesimo vasto corridoio, “nel fango imperiale. Raggiungerà nuotando gli abissi di melma, penetrando nella Caverna Porcina, e lì si incamminerà, giungendo colà dove diverrà finalmente Re Suino, in un modo che lui stesso non conosce, che nessuno conosce, che solo i Re prima di lui hanno conosciuto, affrontato e vissuto”.
L’ultima porta fu spalancata, ed egli fu introdotto a sua Altezza. Il Principe stava, bardato in abiti ricchi e sfarzosi, sdraiato con noncuranza su un grande sofà di legno nero; ed attorno i valletti andavano, e venivano, e dalla finestra aperta giungeva il canto ovattato di un fattore che tornava a casa.
“Sei giunto” disse quindi il Suino, senza guardarlo, “ora che il momento è propizio, e il fango ribollendo chiama”.
“Chiedete e io farò” rispose egli, mentre la stanza si svuotava e i servitori sparivano richiudendo le porte, “non so perché il momento sia propizio, né perché sia questo il luogo”.
Il Principe lo guardò, finalmente, e nei suoi neri occhi da bestia non rifulgeva il più tenue bagliore. “L’ora si avvicina” mormorò, spostando le sue carni flaccide, “e non c’è riparo dalla tempesta” aggiunse, rilasciando il fetore delle sue budella, mescolando il tanfo dolciastro al delicato incenso di terre perdute che bruciava lento nella camera.
“Io non so cosa mi attende” proseguì poi, scendendo dal sofà, “ma tu dovevi arrivare e sei arrivato. Ciò non può che confermarmi nei miei propositi. Raggiungerò la Grotta, domani, forse stanotte stessa. Le stelle sono allineate e nessun mormorio giunge dagli spazi neri oltre esse”.
“E io?” ribatté egli, “cosa dovrò fare, quando tu sarai andato?”
“Nulla” rispose sorpreso il maiale, giungendo davanti a lui sulle sue quattro e lucide zampe, “quello che dovevi fare lo hai fatto. Ora va. Esci dal palazzo, cammina per le vie, e torna da dove sei venuto”.
Egli impallidì. Tremando. “Questo era dunque il mio compito?” sussurrò.
“Tu ora sei testimone. Andrai, e il mio mondo, o forse il tuo, collasserà nelle pieghe del possibile. Ciò che doveva essere, sarà nel racconto”.
“Ah! Una così lurida sorte mi toccava” biascicò egli, mentre già avvertiva il corridoio richiamarlo, la lontana strada chiamare.
Gli occhi opachi del suino brillarono, forse, o tremarono. “Testimone sei” rispose sogghignando, “e testimone resti. Ogni cosa ha bisogno di essere osservata, e tocca alla grandi imprese, ai delitti più ignobili, al sangue che riempie i laghi alle battaglie o a gli abissi marini abitati da creature-montagne. Cosa credevi?” rise poi, mentre le porte si spalancavano e i servitori entravano, fissandolo, “che avresti assistito a gesta più alte? A battaglie nei cieli? Al rantolo di una stella, mentre il suo sangue si disperde tra gli strati dell’esistenza? No” grugnì dunque, e lui già correva per i corridoi, “no, questo ti è toccato. Il maiale. Testimone della bestia, testimone della sozzura. Eppure ti è toccato! Ti è toccato!”
Ma egli scivolava per le stanze, richiudeva le porte, si affannava per le strade assolate sporcate da carrettieri e ragazzacci, mentre le stelle ruotavano e casa sua lo accoglieva, familiare, clemente, lui affannato e triste, essa immobile e sicura, come le cose rannicchiate nel vuoto, come le storie nel ricordo, raccontate almeno una volta, una volta per sempre.

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