Il Trono di Spade – Una serie tv infinita

Scritto da Francesco Cerminara

Piratata, attesa, trentotto volte vincente agli Emmy come nessuna. La serie televisiva Il Trono di Spade (A Games of Thrones) della coppia Benioff-Weiss fa discutere anche chi non ha visto tutta la saga o letto Le cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire), la serie di romanzi scritti dal padre ispiratore George R.R. Martin. Ma ci è mancato poco e tutto questo non sarebbe “successo”. Gli autori della serie infatti, hanno dovuto riscrivere l’episodio pilota per lo sconforto suscitato dalla prima visione e convinto Emilia Clarke a interpretare Daenerys Targaryen, la figlia di quel Re Folle ucciso da Jamie Lannister e sostituito da quel Robert Baratheon, assassino del figlio del sovrano deposto. Dagli errori si impara e questa ne è la dimostrazione.

Come ogni epopea guerriera che si rispetti, ci sono degli omicidi scatenanti. Nel caso de Il trono di spade lo spettatore non li vede apertamente, semmai li sente raccontare ai protagonisti, preoccupati comunque per «l’inverno che sta arrivando», un mantra ripetuto continuamente come un presagio che nessuno vorrebbe si avverasse. La storia deve molto al fantasy di Tolkien, con tutti quei mondi e personaggi immaginari collocati fra il Nord e il Sud, con riprese effettuate a Malta o in Irlanda, le lunghe camminate verso una battaglia/destino irrinunciabile, il simbolismo identitario e animalesco delle casate: i lupi Stark, i leoni Lannister o i cervi Baratheon. La serie ha pure la sua impronta cavalleresca, evidenziata dal codice d’onore e una perversione per il sangue e il sesso: il primo rappresentato come condizione necessaria per sopravvivere e il secondo come svago dai pericoli e strumento di ascesa politica. Una contaminazione di genere che ha rinforzato la messa in scena: spettacolo per gli occhi grazie agli effetti speciali, alla scenografia e distrazione per la mente, con tutto quel contrasto di colori e sensazioni a seconda dei momenti e dei posti fotografati.

Gli sceneggiatori poi, hanno caratterizzato emotivamente ed esteticamente i personaggi. Intorno e dentro di loro circola la paura del fallimento e lo spettro della morte, una condizione tragica che li rende “di passaggio” e spesso vittime di una vendetta inevitabile. Eccolo, l’altro motore narrativo della serie tv: la vendetta. Daenerys Targaryen, figlia del Re Folle, passa dall’essere strumento nelle mani del fratello Viserys a pretendente al regno; vuole ridare il trono alla sua famiglia di draghi e per fare questo ha bisogno di allearsi con i barbari Dhotraki e di ricorrere ai “Secondi Figli” e agli “Immacolati”. Per un Lannister che “paga sempre i suoi debiti”, c’è uno Stark (le giovani Arya e Sansa) che non dimentica il capo branco e comincia ad usare i denti. Nella battaglia per il Trono, anche molte donne impugnano la spada (come Lady Brienne di Tarth, derisa e al tempo stesso temuta per la sua altezza), ricattano e arricchiscono la proprio trama.  Chi si sente tradito tenterà l’affondo, proprio mentre Jon Snow, figlio bastardo degli Stark, cercherà un modo per salvare l’umanità dall’attacco degli Estranei, creature che il Regno dei Morti respinge.

Scrittura infiammabile per una varietà drammatica e psicologica senza freni. Non appena lo spettatore di affeziona, il beniamino di turno viene punito e non importa se da un pugnale, una spada o il veleno. In una tragedia come questa, l’immedesimazione fra chi guarda e agisce crolla, in nome dello sviluppo di una storia che, animata dal sangue, è destinata a durare per troppo tempo. La cinepresa, che cambia frequentemente padrone, segue, indaga le facce e le ferite sui corpi o si ferma a immortalare gli eventi. La regia sa accelerare e pensare con la stessa facilità.

Uccisioni, interpretazioni convincenti degli attori, corpi nudi e ragionamenti alla Machiavelli, che qui ha le sembianze di Ditocorto, Lord Varys o Tyrion Lannister. Benioff e Weiss non fanno mancare nulla nella settima e per ora ultima stagione, fatta di sette episodi invece dei tradizionali dieci. I sovrani cambiano, le squadre si mischiano e non si placa la sete di morte. Per quanto si possa prospettare un terribile futuro, il presente non è da meno. La madre dei draghi si scontrerà finalmente con la Regina Cersei Lannister? E lo sterminatore Jamie Lannister e il nuovo Re del nord Snow, sapranno tener testa o consigliare il potere femminile, senza trascurare la minaccia dello squadrone del Re della notte? La settima stagione può essere definita come quella in cui il tormento interiore è più accentuato. Quarto e sesto episodio brillano per l’azione e il montaggio serrato, le altre puntate sono invece un po’ troppo interlocutorie, molto più parlate che innescate, una sorta di riflessione sugli eventi. Lo schema narrativo è sempre quello collaudato, anche se i “cattivi” iniziano a mostrare qualche senso di colpa e i “buoni”, per poter vincere, devono imparare qualcosa dai loro nemici (sbaglia chi sostiene la teoria della piattezza dei personaggi). L’ottava stagione arriverà e dopo di essa almeno cinque spin off.

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