L’animale che diventò un dio: l’evoluzione secondo Yuval Noah Harari

Scritto da Alberto De Luca

Il pensiero scientifico odierno ritiene che sia un dato pressoché inconfutabile (nonostante il dibattito sia ancora forte in molti paesi) il fatto che la legge che sta alla base dei processi biologici sia l’evoluzionismo o, per usare un espressione più mainstream, la legge del più forte. Dato ciò per assodato, una delle domande più frequenti che si sono posti antropologi, biologi, etnologi e storici è come sia stato possibile che l’uomo, che in epoca preistorica era un “animale insignificante, il cui impatto sull’ambiente in cui viveva non era superiore a quello di gorilla, lucciole e meduse”, sia diventato l’essere dominante sul nostro pianeta. A questa domanda cerca di rispondere lo storico israeliano Yuval Noah Harari, autore del volume Da animali a dèi: breve storia dell’umanità.

Harari appartiene a quella scuola di pensiero, denominata world history, che cerca di esaminare i processi storici secondo una prospettiva globale e non localistica. Questo approccio, diffusissimo nel mondo accademico anglofono, cerca di abbandonare la visione europocentrica, partendo dal presupposto che molti eventi storici che hanno coinvolto il vecchio continente hanno avuto origine in luoghi remoti del pianeta: un esempio pregnante potrebbero essere le invasioni barbariche che si abbatterono sull’impero romano nei suoi ultimi secoli di vita, causate da spostamenti di popoli nell’estremo oriente che generarono un vero e proprio “effetto domino” che portò le popolazioni germaniche a migrare verso le province romane. La world history posa il suo sguardo non solo sulla politica e sulla guerra, ma anche sulla religione, il commercio, i mezzi di comunicazione e i grossi eventi climatici. Harari in particolare concentra la sua attenzione sul rapporto tra processi storici e processi biologici.

La storia dell’uomo iniziò con la comparsa di un genere di primati della famiglia degli hominidi (le grosse scimmie antropomorfe, a cui appartengono anche scimpanzé e gorilla), l’homo. Nel corso della storia evolutiva comparvero diverse specie di homo, la più antica delle quali dovrebbe essere l’homo abilis e la più duratura l’homo erectus: quest’ultima specie sopravvisse per due milioni di anni in Asia orientale, record finora non raggiunto da nessun’altra specie di homo. L’unica specie sopravvissuta alla dura legge dell’evoluzione è, come sappiamo, il sapiens, il quale è diventato il sovrano incontrastato del pianeta seguendo delle tappe ben delineate da Harari nel suo volume.

Il primo step che ha portato il sapiens a passare dall’essere una delle “schiappe” della savana allo status di padrone assoluto è la cosiddetta “rivoluzione cognitiva”. Questa fu il passo più importante compiuto dall’uomo, perché gli permise di compiere il salto di qualità e di abbandonare la primordiale condizione animalesca. La rivoluzione cognitiva fu il probabile risultato di una mutazione genetica del cervello umano e consentì al sapiens di elaborare concetti astratti che lo portarono a creare il linguaggio e, col passare dei millenni, religioni, ideologie, concetti economici ed etici, ecc. L’elaborazione di concetti astratti fu decisiva perché permise a gruppi enormi di sapiens di coalizzarsi e di agire collettivamente, guidati e ispirati dalle religioni e/o dalle ideologie. L’evoluzione favorì i forti legami sociali che permisero agli uomini, inizialmente raggruppati in bande di una decina di membri, di creare entità sociali sempre più vaste come tribù, chiefdoms e stati, la cui solidità si basa su concetti inventati e immaginati dalla mente umana. In che altro modo si può tenere unito uno stato se non con un’idea astratta quale può essere la natura divina del sovrano o i diritti dell’uomo sanciti da una costituzione?

La seconda tappa fu la rivoluzione agricola, che Harari definisce un successo dal punto di vista evoluzionistico per l’uomo e per gli animali domestici. Dal punto di vista evoluzionistico una specie ha successo quando riesce a diffondere il maggior numero di copie del proprio DNA. È un successo numerico, che non necessariamente porta alla felicità, e questo è particolarmente vero per gli animali domestici come polli, mucche e maiali, il cui successo evoluzionistico è stato pagato a caro prezzo, dal momento che il destino di questi simpatici animaletti è di finire, dopo un’esistenza infernale, nello stomaco del sapiens. La rivoluzione agricola permise alla popolazione umana di diventare sedentaria e di crescere a dismisura e alle società di sapiens di diventare sempre più complesse perché l’agricoltura permetteva di immagazzinare un surplus alimentare che consentiva di mantenere delle èlites che potevano occuparsi di altro che non fosse la produzione di cibo.

Il terzo gradino fu la nascita della scrittura, che permetteva di archiviare un numero pressoché illimitato di informazioni, e della cultura. Alla cultura sono strettamente legati concetti come impero e denaro, fondamentali perché impressero alla storia quella tendenza che sembra essere il suo fine ultimo secondo Harari, cioè l’unificazione dell’umanità in un’unica società globale. Effettivamente la tendenza generale sembra essere il passaggio dal piccolo e semplice al grande e complesso: banda, tribù, chiefdom, stato, entità sovranazionali.

L’ultimo passo, che ha assunto il carattere di una vera e propria rivoluzione permanente, fu la rivoluzione scientifica, grazie alla quale l’uomo scoprì di essere ignorante. I sovrani cominciarono a stimolare il progresso scientifico, piegandolo ai loro scopi, e questo consentì al sapiens di percorrere in pochi secoli molta più strada di quanta ne abbia percorsa in milioni di anni. La scienza ha consentito all’uomo di controllare la natura e di creare la vita: in poche parole, l’uomo sta diventato un dio e l’homo sapiens si sta evolvendo in una nuova specie, l’homo deus.

Da animali a dèi offre indubbiamente uno sguardo inedito sulla storia dell’uomo: Harari teorizza, in maniera arguta e sorprendentemente snella (nonostante la poderosa bibliografia citata nell’opera), l’importanza basilare dell’immaginazione nella storia evolutiva. Nella narrazione, molto crudele e poco epica, del percorso che ha portato l’uomo a diventare un dio, lo storico israeliano concentra il suo lucido sguardo anche su altri concetti basilari (impero, capitalismo e scienza tra i più importanti) e offre molti spunti di riflessione e ulteriori punti di domanda, la più importante delle quali è la seguente: “l’uomo sfrutterà la sua deità a proprio vantaggio o ne trarrà l’impulso per l’autodistruzione?”.

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