Twin Peaks Revolution

Scritto da Sergio L. Duma

Che la terza stagione di Twin Peaks avrebbe suscitato un putiferio era prevedibile, considerando che il suo autore, David Lynch, divide da sempre pubblico e critica. La presenza di Mark Frost, altra mente fondamentale della celebre serie televisiva, poteva però indurci a pensare che stavolta il regista di Velluto Blu e Mulholland Drive ci avrebbe offerto una trama meno cervellotica. Non è stato affatto così, invece. Non solo la terza stagione di Twin Peaks si è rivelata più contorta delle precedenti ma si è dimostrata un prodotto inclassificabile che non rientra neanche nei canoni della serialità televisiva più sofisticata degli ultimi anni. Alcuni l’hanno definita ‘telecinema’ e Lynch, d’altro canto, l’ha considerata un film di diciotto ore e non un serial. Credo che la descrizione migliore sia questa: Twin Peaks 3 è un esperimento ibrido che include cinema, televisione, surrealismo e video arte in un colpo solo. Qualcosa che influenzerà comunque la serialità televisiva nei prossimi anni, più o meno come è avvenuto in passato con le precedenti stagioni.

In passato, però, Lynch e Frost avevano prodotto qualcosa che poteva essere considerato televisione a tutti gli effetti. Giocarono con i generi preesistenti. L’impostazione iniziale di Twin Peaks si basava su un classico caso di omicidio. La trama era una specie di poliziesco con elementi da soap opera (gli intrighi dell’affarista Ben Horne, le storie d’amore tra Donna e James e tra Ed e Norma, per esempio), nonché alcune parentesi ironiche e comiche degne di una sit-com (i battibecchi tra Lucy e Andy). Lynch e Frost avevano concepito una geniale sintesi di stilemi narrativi che il pubblico già conosceva e apprezzava. In tutto questo, tuttavia, inserirono il surrealismo delle creature della Loggia Nera e le tematiche paranormali che sarebbero diventate essenziali nella seconda stagione, anticipando serie come X-Files o Lost, evidenti conseguenze del pionieristico approccio di Lynch e Frost. Ma, lo ripeto, si trattava sempre e comunque di televisione.

Twin Peaks 3, invece, non è cinema, non è televisione, ed è assimilabile a un’opera Avant-Pop di David Foster Wallace o Mark Leyner. Con il pretesto di una storia ricca di riferimenti esoterici, Lynch ha filmato qualcosa di mai visto prima che non può non spiazzare lo spettatore. Un singolo episodio, per esempio, non finisce con un implicito rimando al successivo, suscitando quindi la curiosità dello spettatore, come in genere avviene in qualsiasi serial. La fine si verifica o con un intermezzo musicale, in genere avulso dal contesto della narrazione, o con immagini che non paiono avere un diretto collegamento con ciò che fino a quel momento si è visto. Si tratta di una scelta palesemente non-narrativa ed esclusivamente visiva che solo un regista come Lynch avrebbe potuto permettersi. Una vera e propria trama non esiste; anzi, abbiamo a che fare con embrioni di trame e situazioni che non vengono sviluppate e che contribuiscono a rendere ancora più sconcertante la visione di Twin Peaks 3. Se nelle prime due stagioni, Lynch, Frost e gli altri autori che si erano occupati delle sceneggiature avevano lasciato numerosi misteri in sospeso, ciò vale doppio per questa stagione. Lynch, infatti, introduce personaggi e storie che in linea di massima non si evolveranno, tranne qualche eccezione, e la serie si conclude con una fine che di fatto è una non-fine. Lynch cancella il passato, a cominciare dall’omicidio di Laura Palmer, stravolgendo l’intero universo di Twin Peaks e lasciandosi alle spalle un finale aperto, molto più estremo di quello di Lost o di The Leftovers, destinato per forza di cose a scontentare molti.  La stessa identità dei protagonisti, già di per sé labile, verrà messa in discussione, tanto che è impossibile non chiedersi se siano mai stati realmente Dale Cooper,  Laura Palmer e tutti i personaggi che credevamo di conoscere.

Ciò ci conduce a un altro punto importante: il tempo. Lynch non ci propone una trama con uno svolgimento canonico e lineare degli avvenimenti che, per giunta, non si svolgono tutti nella cittadina di Twin Peaks. Passato, presente e futuro sono concetti relativi. Non è un caso che l’enigma essenziale della serie sia simboleggiato dalla domanda: ‘Questo è il futuro o è il passato?’, pronunciata dall’uomo senza un braccio. Le vicende di Twin Peaks 3, in definitiva, avvengono in una dimensione atemporale in cui tutto è contemporaneamente passato, presente e futuro. Lynch ha cercato di rappresentare in termini visivi, riuscendoci egregiamente, il concetto di campo unificato della fisica quantistica, già presente in Inland Empire e parzialmente in Strade Perdute e Mulholland Drive, opere con le quali Twin Peaks 3 ha diversi elementi in comune. Questo concetto è evidente nella sequenza di Sarah Palmer che a casa sua ripete in continuazione gli stessi gesti, con il televisore acceso che trasmette le medesime immagini,  imprigionata in un loop temporale. Noi spettatori, d’altro canto, veniamo catturati da un Nastro di Moebius, evidenziato dal numero otto che l’anima di Philip Jeffries mostra al doppio malvagio di Cooper in una delle sequenze più importanti della stagione.

L’altra tematica tipica di Lynch, lo sdoppiamento della psiche, è onnipresente. Stavolta non è nemmeno del tutto esatto parlare di doppi, poiché Kyle MacLachlan interpreta ben tre ruoli che potrebbero venire considerati esseri distinti o parti della sua personalità. Ci sono trame all’interno di trame, sogni all’interno di sogni (significativo quello, privo di spiegazioni logiche, riguardante Audrey), storie iniziate e non finite, personaggi citati senza essere mai mostrati. Insomma, ciò che Lynch ha fatto è l’equivalente filmico delle sperimentazioni letterarie di William Burroughs o Thomas Pynchon. Qualcosa, quindi, lontanissimo dalla sensibilità del pubblico televisivo più tradizionale e forse anche da quella degli spettatori propensi a seguire serie d’autore. Come ho scritto, Twin Peaks 3 è perciò indefinibile, come indefinibili sono le astruse entità provenienti da mondi e dimensioni parallele che manipolano i personaggi immaginati da Lynch e Frost.

Non ha senso allora chiedersi che fine abbia fatto Audrey, chi sia realmente Sarah Palmer, che cosa è accaduto a Tizio o Caio. Twin Peaks 3 è stata un’esperienza emotiva, visiva e sensoriale (Lynch ha lavorato molto sul suono). Il regista ci ha offerto immagini incredibili e il capitolo ottavo, in particolare, ha sconvolto tutti con il suo allucinante amalgama di Jodorowski, Kubrik, Stan Brekhage, Fellini, Kenneth Anger nonché rimandi ad altre opere dello stesso Lynch. Resta una sensazione di straniamento. Per me non serve neanche dare un giudizio positivo o negativo su Twin Peaks 3 o dire se mi sia o no piaciuto. Amo considerarlo come un quadro astratto o come l’installazione in un museo. Va guardato e vissuto e forse nemmeno capito.

 

Sergio L. Duma ha scritto e pubblicato un’interessante analisi su Twin Peaks, che potete trovare su Amazon a questo link.

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