Halloween – La notte delle streghe: la trasfigurazione di tutti gli incubi e le paure possibili

Scritto da Francesco Grano

Si avvicina la notte più paurosa dell’anno e, per l’occasione, (ri)scopriamo una delle pietre miliari del genere horror

La sera del 31 ottobre del 1963 il piccolo Michael Myers (Will Sandin) uccide a coltellate la sorella maggiore Judith senza un apparente motivo. Quindici anni dopo, la sera del 30 ottobre 1978, Myers (Nick Castle) approfitta del suo trasferimento da un istituto psichiatrico all’altro per fuggire. A mettersi subito sulle sue tracce è il dott. Sam Loomis (Donald Pleasence), lo psichiatra che lo prese in cura dopo il brutale assassinio. Loomis intuisce fin dall’inizio qual è la destinazione di Myers: Haddonfield, la sua città natale. L’indomani mattina, 31 ottobre, Myers uccide un meccanico, fa ritorno alla sua vecchia casa ormai disabitata e prende di mira, pedinandole di nascosto, la studentessa Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) e le sue amiche. Giunta la notte Michael Myers inizia a seminare una scia di sangue per poi, infine, giungere da Laurie. Ma la ragazza vende cara la pelle al serial killer dandogli filo da torcere.

Per spaventare visceralmente, per trasmettere e far provare quell’angoscioso e adrenalinico senso di paura servono davvero litri di sangue, grottesche scene splatter e mostri davvero inimmaginabili? Oppure, seguendo una via diametralmente opposta, basta semplicemente seguire un percorso costruito su quell’effetto vedo/non vedo in cui l’orrore viene – in maniera lovecraftiana – più suggerito che mostrato, lasciando ampio spazio all’immaginazione e a quel crescendo di tensione e suspense pronte ad esplodere da un momento all’altro? Per un maestro dell’horror vecchia scuola come John Carpenter entrambe le possibilità sono fattibili e lo ha dimostrato, nel primo caso, con opere monumentali come La cosa e, nel secondo caso, con pietre miliari come l’intramontabile Halloween – La notte delle streghe (Halloween, 1978).

Terzo lungometraggio di John Carpenter, girato in soli venti giorni e con un budget irrisorio per quegli anni, Halloween – La notte delle streghe non ha solo il pregio di essere uno di quei tasselli fondamentali nella cinematografia del genere horror, bensì ha il merito di aver creato, insieme al Non aprite quella porta di Tobe Hooper, una figura, quella del serial killer folle, inarrestabile e mascherato che, nonostante il trascorrere del tempo, rimane inamovibile dall’immaginario collettivo degli spettatori. Ancor prima delle altre sue controparti su celluloide, degli altri due bau bau per antonomasia come il Jason Voorhees di Venerdì 13 e il Freddy Krueger di Nightmare – Dal profondo della notte, il Michael Myers carpenteriano dimostra di essere la trasfigurazione di tutti gli incubi e le paure possibili. Un uomo-ombra che nell’ombra si muove furtivo, un silenzioso uomo nero dalla bianca e inquietante maschera che, nel buio, attacca le sue vittime.

Tuttavia Halloween – La notte delle streghe non è solo ed esclusivamente la genesi di uno dei serial killer più pericolosi e letali della storia del cinema ma è – parimenti – anche una rivalsa femminile nei confronti degli eroi d’azione, di quegli attori/uomini protagonisti che prendono le redini della situazione, sconfiggendo il cattivo di turno e ristabilendo l’ordine perduto. Escluso il personaggio del dott. Loomis, in Halloween – La notte delle streghe non ci sono eroi ma, semmai, l’eroina a cui presta il volto l’androgina Jamie Lee Curtis, ai tempi attrice esordiente che ha avuto il merito di aprire la strada a quella figura di donna/guerriera che, l’anno dopo, ha trovato la perfetta ed estrema sintesi e rappresentazione nella Ellen Ripley del capolavoro fantahorror di Ridley Scott Alien.

La grandiosità di un’opera filmica come Halloween – La notte delle streghe risiede nel fatto – rispetto ai suoi svariati sequel e reboot/remake – di far poco (se non pochissimo) ricorso al grandguignolesco, concentrandosi su quella percezione di minaccia improvvisa, di qualcosa o qualcuno pronto a saltar fuori da qualunque angolo buio. Nonostante appartenga al sottogenere dello slasher (e al periodo della piena exploitation) la violenza in Halloween – La notte delle streghe si rivela piuttosto limitata, depauperata da quell’eccesso gratuito e fine a se stesso come in molto cinema orrorifico di oggi, lasciando ampio spazio ai manierismi di regia (basti pensare al famoso incipit girato in piano sequenza e in soggettiva) e al contorno tecnico (come l’ottima fotografia notturna e l’inquietante colonna sonora composta col sintetizzatore a un ritmo di 5/4). Ed è grazie alla sua sempre solida regia che John Carpenter dimostra di essere un artigiano nella costruzione della tensione, di quel clima di paranoia che sfocia nel più vivo e pulsante istinto di sopravvivenza, volto a garantire la salvaguardia dei protagonisti in quel perenne assedio perpetrato dalle forze del male presente (quasi sempre) in tutta la sua filmografia.

Horror artigianale ma non per questo di minore spessore o rilevanza, a quasi quarant’anni dall’uscita nelle sale cinematografiche Halloween – La notte delle streghe mantiene intatta quell’aura di fascinazione e terrore, di claustrofobia e costante pericolo. Citato, omaggiato e fonte di ispirazione per altre saghe e film appartenenti al genere, l’opus numero tre di John Carpenter è un saggio filmico sulle infinite possibilità di suscitare nello spettatore angoscia e timore e di provocare, con poco e niente, genuina e vibrante paura old school.

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