Rune di un passato futuro

Scritto da Luca Vecchio

Credo che i Grizzly Bear non apprezzerebbero questa mia recensione, sempre ammesso che possano leggerla in qualche modo. Non perché sia una recensione raffazzonata e/o brutta (anche se questo lo lascio giudicare a voi ed in caso a loro) ma perché i GB sono evidentemente una band che non si lascia influenzare, che non scende a compromessi e che ha una libertà creativa ed espressiva ormai molto rara. Ed Roste, cantante e compositore di gran parte dei testi, ne è la perfetta esemplificazione. La sua attività social è sempre stata affascinante per me: si nota spesso che il suo esser Diva è un elemento vero, non costruito. Anche nel suo ruolo all’interno della band, quindi di personaggio pubblico, non si censura mai, non scende a compromessi e soprattutto è voce critica di un certo tipo di musica e mentalità sempre più minoritaria in America. Ad esempio lui e, soprattutto, Daniel Rossen sono stati dei ferventi sostenitori di Bernie Sanders durante le primarie americane e sono tutt’ora dei grandi critici di Trump e della sua amministrazione. Libertà compositiva e indocilità sono sempre stati elementi unici nei GB; il loro ultimo disco, Painted Ruins, è il degno successore di Shields da cui si allontana ma allo stesso tempo lo ricorda. In senso lato è un disco di lotta, una lotta combattuta con la ferocia della schiettezza d’animo. Non una lotta urlata verso i sistemi forti dell’America ma sussurrata ed evocativa, sempre percepibile nelle sonorità e velatamente nei testi, che sono allo stesso tempo politici ed intimisti.

Il miscuglio sonoro è splendido esempio di come i Grizzly Bear siano maturati. In modo sapiente passiamo dal Folk, al Dream Pop, al Prog, alla Psychedelic e alla “Electro“ (a quanto pare la maggior parte dei synth che sentiamo sono strumenti particolarmente distorti). La band è infatti famosa per essere particolarmente meticolosa quando si parla di stesura musicale, ogni suono è collocato esattamente dove dovrebbe, anche il più distorto e fastidioso (ci trovate una somiglianza con Cage? Assolutamente no, ma sono sicuro che i quattro Bears ne siano fan e si sente).

L’intero disco è una lotta alla superficialità e alla banalità delle emozioni. La prima traccia del disco, Wasted Acres, dimostra come anche solamente portare il proprio cane a passeggio e fare un giro con la propria Honda TRX-250 può essere un’esperienza ascetica, quasi rivoluzionaria, nell’America del 2017 ed in cui ci si interroga su tutto, su tutto il resto (“Were you even listening? Were you riding with me? Were you even listening?”). Mourning Sound, è forse la canzone più Pop del disco e che richiama i primi Interpol. Nonostante il sound catchy il testo è decisamente intimista e struggente (“Let love age, And watch it burn out and die, We woke with the mourning sound, It’s the sound of distant shots and passing trucks”). La batteria la fa da padrone in Four Cypresses mentre Three Rings ha dei bellissimi synth e una chitarra dreamy, entrambe sembrano estrapolate da un qualche B-Side dei Radiohead in un periodo che va da The Bends ad Hail to the Thief. Improvvisamente arriva Losing All Sense che da uno sprizzo in più alla voce di Droste che si intreccia perfettamente con quella di Rossen, più sussurrata e leggera. “Could I ask of you not to cut into me, Dividing all of my body for me, I was left here to go through all the pieces, Nothing more to spare”: Il testo esprimere perfettamente quel mix di riff ed il cambio improvviso di sonorità che rendono tutto il pezzo particolarmente interessante. Altro pezzo in cui la sezione ritmica è decisamente importante è Aquarian; orrorifico nelle sonorità ma con un testo dolorante e polivalente: “Great disaster shocking sight, Scream and run or test  your might, Every moment brings a bitter choice, The knowledge you can’t win with what remains”. In Cut-Out leggiamo come le ferite di una rottura amorosa siano difficile da curare e di come Ed Droste abbia trovato un modo per esorcizzarne il dolore, cioè scrivendo uno dei pezzi più belli, e allo stesso tempo più Grizzly-Beariani, del disco (“A perfect man is not hard to find, You’ll never know the feel, To be good guy inside, A panorama of all our faults, Looks the same to me, When you’re waking up in the dark”). Glass Hillside è una delle tracce che preferisco perché è la summa di tutto il disco, intima e politica allo stesso tempo, controtempo e voci che si intrecciano fanno da sfondo ad un testo cupo e pieno di reale crudeltà umana (“All desire, Gather your lot glene from the ground, All desire, Pitiful mass crossing the ocean, All desire, One drop to cut your time in half, All desire”). Per quel che riguarda Neighbors credo che il video sia fondamentale per capire la canzone. Una disperata presa di coscienza di quando a volte i sentimenti contrastanti verso l’altra metà della coppia si dissolvano nel nostro essere così inadatti; nonostante si lotti perché tutto funzioni tutto invece sembra inadeguato (“And here we go again, I pick up a pen, I write your name down, With a sense of dread, Could see you for an hour […] Half a mile away, Could see you everyday, We never go there, And yet I don’t care, With every passing day, Our history fades away, And I’m not sure why, There’s nothing left to say”).

Il disco va scemando con le ultime due canzoni. Systole ha un testo immaginifico ed emozionale che rimane comunque molto scarno, compensato però dalla base strumentale e soprattutto la voce di Taylor che da solo canta l’intera canzone e che le dà quel tocco in più che forse le voci di Droste e Rossen non avrebbero aggiunto. L’album si conclude con Sky Took Hold, una canzone fortemente emotiva (“Your heart is racing, The time just froze, And left me with little doubt, That there’s anywhere to go, I’m pushing forward, To leave this home, I never meant to stay so long, My reflection never shows”) e sperimentale dove però ammetto che quel riff distorto protratto lungo tutta la canzone mi ha menato nelle meningi per un po’ all’inizio.

In chiusura mi rimane solo una cosa da pensare: è possibile che le rune dipinte dei Grizzly Bear siano reperti provenienti dal futuro e non dal passato? È indubbio che nei testi si possa leggere una sorta di Amarcord costante e che i suoni così tipici alla band siano melanconici e ricorrenti ma nel suo complesso il disco, dopo alcuni ascolti, ha assunto per me un non so che di futuristico. Quasi come se la band ci abbia dato un lascito dal futuro che si è camuffato col passato e che noi possiamo guardare solo a ritroso. Potrebbe essere un grande avvertimento su come il nostro futuro sarà, non su come il nostro passato è stato. Delle rune che dipingono quei sentimenti così profondi e delicati che spesso celiamo anche a noi stessi, anacronistiche eppure così familiari.

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