The ancient and famous city of Los Angeles

Scritto da Elena Vetere

Trentacinque anni dopo la prima apparizione cinematografica dei replicanti e delle loro nemesi, i Blade Runners, il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve – già autore del recentissimo Arrival – ripropone al pubblico degli anni 2000 le vicende che traggono, ancora una volta, diretta ispirazione dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968 ) del visionario Philip K. Dick.
Presentato come un sequel del rinomato predecessore, Blade runner 2049 punta a riproporre e far rivivere le fumiganti atmosfere ipermetropolitane concepite da Ridley Scott negli anni ottanta e portate ora all’estremo grazie anche all’ ottimo lavoro del direttore della fotografia Roger Deakins.

I primissimi fotogrammi palesano subito l’intento principale del film, che mira a stupire attraverso l’uso sapiente delle immagini, dei colori elettrici e del design dal tono cyberpunk.
La California appare totalmente diversa da quella che conosciamo: la telecamera si muove velocemente sopra una grande distesa desertificata e ricoperta da quelle che sembrano per la maggior parte coltivazioni sintetiche, introducendo brutalmente lo spettatore nel 2049, per trasportarlo poco dopo in una Los Angeles scura e nebbiosa, continuamente frustata dalla pioggia e dominata da palazzi assurdamente alti come lo svettante edificio sede della LAPD. La città appare buia e fredda, illuminata soltanto dalle pubblicità olografiche mastodontiche e abbacinanti che passeggiano letteralmente nei vicoli umidi acquisendo le sembianze di attraenti donne nude dai capelli blu o di ballerine vestite di bianco. Già tutto questo basterebbe a creare un clima oppressivo e angosciante, ma il regista rincara la dose mostrando le condizioni di vita degli abitanti, i quali sopravvivono ammassati nei grandi condomini  dove, solo per alcuni, si possono trovare le istallazioni di AI, come quella di proprietà del protagonista, estremamente personalizzata e dedicata unicamente a lui.
Anche la zona radioattiva nel deserto rosso è meravigliosa a vedersi: ci si ritrova infatti in un ambiente che, ricordando tantissimo alcune sequenze del primo Blade Runner, è del tutto ostile e abbandonato. È qui che il protagonista inizierà a vagare tra le gambe di immense statue femminili avvolto da una fitta fuliggine rossa, imbattendosi in arnie piene di api e in un casinò quasi intatto.
Una nota particolare merita la scena che reputo, forse, la più dickiana del film, almeno concettualmente: il momento in cui il protagonista ha una sorta di un rapporto sessuale con la sua compagna AI Joi, la quale, essendo un ologramma, si sincronizza con il corpo di una prostituta in una psichedelica sequenza di mani e braccia fatte di carne e ologrammi.

Proprio questa apprezzabile accuratezza visiva, a mio avviso, è il punto di forza ma anche la debolezza dell’intero film in cui, appunto, la raffinatezza estetica viene esasperata egregiamente a discapito della logicità della trama, che appare in più momenti incerta ed incespicante.

La comprensibilità della storia – più complessa e contorta di quella del primo Blade Runner –  risulta , infatti, compromessa dalla superficialità con cui vengono gestiti molti momenti chiave.
Per esempio, la replicante Luv al servizio di Niander Wallace –  l’imprenditore  a capo della società che si occupa di creare replicanti dotati di uno spiccato senso di obbedienza – costituisce l’antagonista principale di K e che, pur essendo tale, risulta troppo poco approfondita. Soltanto per intuizione si capisce che in Luv, probabilmente, monta della rabbia repressa per il fatto di non essere perfetta come gli altri replicanti di Wallace.
Wallace, l’altro antagonista, seppur importantissimo perché mandante di Luv, rimane in sordina, se non ancora oggettivamente meno approfondito di Luv stessa. Un gran peccato, perché già così com’è, cieco e circondato dalle sue piccole telecamere volanti che gli consentono di vedere – insieme ai droni usati da K sono gli unici aggeggi dal design nettamente contrastante e moderno rispetto a tutta la tecnologia dal gusto ( adeguatamente ) retrò presente nel film –  appare un personaggio affascinante ma che, privo di spessore, avrebbe potuto essere molto più di impatto ed inquietante se gli fosse stata dedicata una maggiore preponderanza. Addirittura, alla fine degli eventi lo spettatore sa quale sarà la fine di Luv ma non avrà più notizie di Wallace.
Un altro punto non chiaro è chi abbia riportato il cavallino con la data incisa nella fornace spenta – ciò si capisce solo molto più avanti – , quando sia accaduto e come sia potuto accadere.
Perché, inoltre, K fa “vedere” il suo ricordo a Stelline sapendo che dopo sarebbe stato ricercato e braccato?
La prostituta che fa parte della compagnia dei ribelli replicanti – e con cui l’agente K avrà il rapporto olografico di cui sopra – rimane totalmente inconsistente –  anche meno dell’ologramma Joi lol – gettando ovviamente delle perplessità sulla organizzazione cui appartiene.
Un altro momento inutile ai fini della trama, e anche deludente perché avrebbe potuto evolversi, è il bombardamento sugli abitanti della zona subito fuori dal centro di Los Angeles, così come è superflua la scazzottata tra Deckard e K – che peraltro dura una buona decina di minuti in un film già molto lungo – che avviene in un casinò all’interno della zona radioattiva.

Il tempo di svolgimento della vicenda, effettivamente è lentissimo, ma questo potrebbe essere dovuto ad una scelta di gestione narrativa volta ad emulare quella adottata da Ridley Scott e caratteristica dei film degli anni ‘80.
Certo, a fronte di quasi tre ore di film lo spettatore può avanzare qualche pretesa, come magari la cura in alcuni particolari un po’ confusi – la registrazione del test Voight-Kampff che Luv mostra a K per esempio – oppure l’approfondimento di personaggi e situazioni che non si sono evoluti non per mancanza di spazio ma per penuria di volontà.

Va detto che se è vero che il film ha riscosso, inizialmente, meno incassi del previsto, uno dei motivi potrebbe essere proprio l’eccessiva lunghezza (163 minuti). Attesissimo e inizialmente accolto con entusiasmo, Blade Runner 2049 è ora oggetto di critica e vittima di insoddisfazione da parte di una consistente percentuale di spettatori.

Utilizzo il termine vittima perché in fondo il film offre al pubblico un prodotto che mira proprio a ricreare l’atmosfera allucinogena di trentacinque anni addietro, ma che evidentemente non ha l’obiettivo di aggiungere qualcosa a livello concettuale o narrativo. Anche il mondo rappresentato rimane sostanzialmente fermo, pure per quanto riguarda la tecnologia utilizzata nel 2049, anno in cui vengono ancora utilizzati gli ologrammi, già presenti in Blade Runner.
Per queste ragioni ritengo il film di Villeneuve un prodotto creato per i fan e quasi esclusivamente per loro. Un fanservice fatto bene, certamente; ma viene da chiedersi se questo livello di fedeltà al primo film e di accuratezza visiva non avrebbe reso meglio, più che in un sequel, in un progetto di semplice remake.

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