La terra dei padri

Scritto da Francesco Corigliano

A più di un anno di distanza dalla pubblicazione, leggo finalmente La terra dei figli di Gipi. Una graphic novel amara, terribile, oscura nonostante gli ampi cieli bianchi rappresentati dall’autore. Di fumetti ne leggo pochi, e sono sicuro che buona parte del loro linguaggio mi sfugga; eppure qualcosa salta subito all’occhio, in questa storia di post-apocalisse e laghi piatti.

Nelle vicende dei due ragazzini, nell’insegnamento dato dal loro padre duro e severo, negli orrori di cui si rendono responsabili con poca ingenuità, nella società di cannibali fanatici adoratori di formule social e gattini premonitori, non c’è alcuna allegoria del nostro mondo. Questa non è una storia che vuole ricamare sulle tristi constatazioni riguardanti internet e analfabetismo, né sciorinare l’ennesimo sermone sulle malvagità della religione. Non vuole portarci per ancora una volta a fustigarci per le nostre manchevolezze, per la nostra stupidità, per il fatto che gli animali sono migliori degli uomini, che facciamo schifo, che faremo morire il nostro bellissimo pianeta. Se pure c’è della retorica, riguardo al collasso della razionalità, è minima e fortunatamente fuori dal senso complessivo dell’opera (la quale, se ha qualche manchevolezza, lo deve proprio a qualche riferimento di troppo ai “laic” e al faccialibro distopico che fa divorare le facce).

Questa, infatti è soltanto e semplicemente una storia. Che parla di padri, memoria e crescita, più che di guerre e inquinamento; che tratta di affetti mancanti e sfuggenti, di corpi e di fame, più che di apocalissi gentiste e complotti militari. La terra dei figli è un racconto umano sull’uomo, sulla sua esperienza di tutti i giorni, quando guarda il cielo in riva al lago, quando odia i genitori e quando si ferma nel primo posto disponibile per pisciare. Un racconto sui genitori (tema, mi sembra di capire, particolarmente caro all’autore di S.) e sulle loro aspettative; su ciò che vorrebbero lasciarci, su ciò che ci vogliono negare, su ciò a cui ci fanno rinunciare senza volerlo.

La scrittura, qui, è forse l’unica metafora definibile come tale: il ricordo del mondo, di una vita intera, gli anni del padre che risultano indecifrabili ai figli. L’impossibilità di trasmettere tutto ciò che è stato, anche quando il dialogo è possibile, non ostacolato dalla paura o dal dolore: il padre non vuole che i ragazzi tocchino il diario in cui scrive, eppure neanche la Strega è disposta ad aprirsi e a raccontare, nonostante i suoi modi più gentili. I gemelli, nella loro malvagità folle (o pazzia crudele), non vogliono dire nulla; e il boia, l’unico ancora savio tra i degenerati della fabbrica, rivela appena ciò che è necessario riguardo al contenuto del diario.

È così, peraltro, che i ragazzi ottengono dal diario stesso l’unica cosa che avevano bisogno di sapere, e che forse non è neppure scritta realmente: il padre li trattava male, ma gli voleva bene, come accade da secoli, millenni, nella razza umana. Possono quindi liberarsi del fardello cartaceo, lanciarlo ai selvaggi che non possono – come loro – capirne il contenuto; e ciò che il boia ne farà, per istruirli, è negato sapere.

Niente moralismi e niente paternali sulla prossima fine del mondo, quindi. Il mondo è già finito. Il mondo finisce ad ogni generazione, quando la realtà dei padri sparisce, sempre più incomunicabile, sempre più lontana; quando si aprono le distese piane del futuro dei figli, costellate qua e là dai relitti di un passato di cui non si capisce più il senso. Accade anche oggi, accade anche a noi; Gipi si mette dalla parte dei nuovi arrivati, e ne descrive il senso di difficoltà, la durezza che si prova davanti al muro di passati muti e memorie estranee. I genitori più eloquenti non descriveranno mai totalmente cos’era la giovinezza per loro, cosa i primi amori e le prime scoperte; non possono, non hanno i linguaggi, e non li hanno neanche i figli. Qualcosa sfugge, sempre, tra le maglie del tempo: e sono poche le reliquie che portiamo avanti, aspettando di consegnare le nostre a chi verrà dopo – magari delle immagini, delle parole, o dei fumetti.

Ma è così che deve andare e che andrà, credo, finché gli esseri umani resteranno tali. Nel miraggio dei paesaggi futuri, nella vividezza del loro manifestarsi e nella materialità di ciò che diventano, camminando si può ancora dare uno sguardo indietro – un solo sguardo, lontano, sfocato, eppure forse sufficiente, alla vecchia terra dei padri.

 

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>