The Forbidden Room

Scritto da Silvio Scarpelli

‹‹I’m a gentle, quiet director who seeks viewer involvement. I’m working towards beauty, placidity and exquisite strangeness››

 

Se ha ancora senso oggi parlare di stramberie è necessario fare i conti con Guy Maddin, canadese, classe 1956, filmmaker.  Nato a Winnipeg, la città più fredda del mondo, Maddin ha nel corso degli anni sviluppato una forma del racconto per immagini mutuata dal cinema dei primi anni del Novecento, dalle avanguardie fino ai melodrammi, plasmando strani oggetti che aggirano le comuni etichette. Questi enormi pastiche sono infarciti da massicce dosi di autoreferenzialità e da continui rimandi autobiografici, come lo sbilenco e luccicante My Winnipeg (2007), un docu-fantasy sulla sua città natale.

Per celebrare la ventesima edizione del Toronto Film Festival, il direttore artistico propose a venti autori canadesi (tra cui Egoyan e Cronenberg) di creare dei cortometraggi: Maddin realizzò The Heart of the World, un piccolo capolavoro di sei minuti che cattura l’attenzione della critica internazionale. La maggior parte dei corti erano composti da singole inquadrature, Maddin decide di impacchettarne cento al minuto in un montaggio iperaccelerato, utilizzando lo stile del costruttivismo russo e l’atmosfera sci-fi retrò, traendo ispirazione dalle scenografie del muto Aelita (Yokav Protazanov, 1924). Le continue interpolazioni giocando con la memoria del cinema e le sue strutture innescano un processo di riscrittura che non mira a svelare le meccaniche del racconto, ma a manipolare e manomettere le logiche della visione, in un labirinto di forme e movimenti potenzialmente infiniti. I suoi film sono decadenti, sporchi, alterati: l’immagine stessa è usurata, una low quality posticcia e maniacale, quasi come se assistessimo al processo di putrefazione del dispositivo, alla sua fine o al suo possibile inizio. L’ironia di cui si serve Maddin rivela sempre aspetti tragici, prefigurazione di un cupio dissolvi che trasforma la risata in un ghigno, mentre la drammaturgia appare inevitabilmente spezzata, lontana dai canoni industriali: come dirà in un’intervista «abbiamo troppe narrazioni nelle nostre teste, talmente tante che ci sembra che il cervello possa esplodere». La parte più entusiasmante dei lavori di Maddin è difatti la sperimentazione visiva, un’ossessiva e claustrofobica ricerca sull’immagine-simulacro, dell’alterazione chimica o digitale che diventa alterità avanguardistica, non per un vezzo intellettualoide, ma piuttosto per decerebrare lo spazio della visione e spostare il cinema verso la sua essenza ludica.

In questa eccentrica mistura tra gioco e memorie del cinema nasce il progetto Hauntings, il cui scopo è mettere in scena soggetti cinematografici mai realizzati (Hitchcock, Vigo, Dovzhenko) e resuscitare pellicole andate perdute (Lubitsch, Mizoguchi, Wellman). Tutto questo universo del rimosso cinematografico confluisce sul web in un progetto interattivo denominato Seances, dove, per mezzo di un algoritmo sviluppato dalla Halifax, ogni spettatore/navigatore vede un film sempre diverso grazie alle innumerevoli permutazioni generate dal sistema. Dietro questa logica dell’imprevisto si cela una mole di lavoro impressionante e una elevata quantità di materiale a disposizione dal quale Maddin estrae, come un provetto ostetrico, The Forbidden Room, un film che circoscrive le immagini a ciclo continuo di Seances.

The Forbidden Room è un carosello infinito, fatto di ingorghi, porte che si aprono, diramazioni e percorsi alternativi. Gli stessi personaggi sono semplici numeri di un catalogo, icone cliccabili che aprono altrettante biografie. L’intero progetto si propone come un compendio di possibilità narrative in cui si racconta il minimo indispensabile mentre si è intenti, in primo luogo, ad esaltare la forma da attribuire al catalogo. Un gioco in cui lo spettatore è chiamato ad entrare, a patto che rinunci alla pretesa di poter o dover controllare l’oggetto della visione, così come avverte nell’incipit un elegante uomo agée intento a spiegarci il coretto utilizzo della vasca da bagno, indicandoci i giusti movimenti per una corretta pulizia personale dalle ascelle ai genitali, per concludere con un laconico ammonimento ‹‹Enjoy your bath! But be warned,it’s hot››. Dalla vasca passiamo a un sottomarino, con l’equipaggio in evidente stato di agitazione per la scomparsa del capitano e l’imminente calo di ossigeno, contrastato dall’assunzione di aria presente nelle bolle della razione quotidiana di frittelle.  E così via, in un gioco interminabile di scatole cinesi, in una fantasmagoria che risucchia ambigui boscaioli, capi tribù che sequestrano donne, baffi sognanti e teste di Giano, incesti e rapporti voluttuosi, culi e neurochirurghi, vulcani e dei irascibili, ‹‹an orgasmic, quasi-symphonic explosion of possible endings – vampires, hot-air balloons, cliff-hangers, kiss after kiss after kiss – as if we were witnessing the birth of cinema in a Big Bang caused by the apocalyptic collision of Méliès, Feuillade, Jules Verne, and Max Ernst».[1]

Amnesico, imperfetto, esagerato: eppure indimenticabile.

[1] Jonathan Romney, The Infernal, Ecstatic Desire Machine of Guy Maddin, «Film Comment», September/October 2015 http://www.filmcomment.com/article/guy-maddin-the-forbidden-room/

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