The long shadow Future draws

Scritto da Luca Pizzimenti

All’inizio della mia “carriera” – e intendiate le virgolette come estese all’infinito, al povero disgraziato che mi avesse posto la questione, avrei risposto: assolutamente no, quelle col cellulare *non* sono foto. Non sono state scattate da una fotocamera, non possono esserlo.
Due mesi fa la mia fotocamera smette improvvisamente di funzionare. Da due mesi sto scattando unicamente col mio piccinino Redmi .
Molti di questi scatti finiscono sul mio Instagram (a parte i due proposti in questo e nel prossimo articolo). Ora: non posso essere io a decidere se questi scatti siano o meno delle “buone” foto. Ma penso siano delle foto. Perché sono nate da una ricerca formale, che peraltro è stata sprigionata dal fatto che in mano non ho più una fotocamera, ma un cellulare. Dal fatto che il mio “strumento” è cambiato. La fotografia, infatti, intesa come opera d’arte e categoria estetica, non è il prodotto della macchina fotografica, ma dell’Autore.
Per me l’Autore è colui che interpreta la realtà trascendendola nell’Arte — o viceversa. Cellulare o fotocamera, cambia solo la penna, o la tavolozza di colori. Il punto è trarre fuori un'”Idea” dal mondo, quindi scegliere una forma tecnica espressiva con cui prendere il mondo e ritradurlo nella propria forma. Un esempio che non son degno di accostare alle mie foto: “In mezzo del cammin di nostra vita” è un endecasillabo. Assieme agli altri due versi Dante compone una terzina. S’aggiungono le rime alternate tra loro, e si ottiene un effetto di scorrimento continuo, di richiamo fonico continuo: un fiume sempre diverso e sempre lo stesso. E questa forma non è scelta arbitrariamente, ma perché in linea con l’idea del viaggio affrontata narrativamente dal testo. Storia e forma fanno tutt’uno: un viaggio trascendentale ha anche il sapore e il suono di uno scorrere verso gli astri. Fosse povera la materia, o povera la forma, avremmo un’opera imperfetta, o troppo “retorica” o troppo grezza. Non è così: e nasce il capolavoro dell’umanità. Da qui s’evince come la forma non è una trappola per la creatività (come qualche poetuccolo crede), fintanto che la scelta che fai è una scelta consapevole.
(Ora, per favore, non crediate che io mi senta come Dante. Manco Montale si sentiva un gran figo rispetto a Dante. Figuratevi io.)
La scelta formale impone una difficoltà. Dante dovrà sempre scrivere in terzine. Montale dovrà sempre “sbagliare” le sue rime e i suoi versi. Questi ostacoli, però, non sono un limite, ma uno stimolo per l’artista, perché spinge loro a costruire una estetica propria. Un linguaggio che sia al pari con le proprie necessità espressive, e all’interno dei limiti tecnici imposti dallo strumento. Nel loro caso, questo strumento è la lingua. Nel mio, la camera – della reflex o del cellulare.
Il dubbio tra fotocamera e cellulare così si scioglie. Una fotocamera è più adatta a far foto artistiche perché l’unico limite che conosce è il portafoglio del suo proprietario (cioè quanti obiettivi ha a disposizione). Un cellulare, e in special modo quelli di fascia bassa come il mio, ha tantissimi limiti – il più insopportabile è il fatto che sia tarato per il minimo comun denominatore, quindi grandangolo, automatismi, post-produzione “built-in” che ti rovina spesso la foto, eccetera eccetera. I limiti della tua macchina diventano i confini delle tue possibilità espressive.
Però i limiti hanno un gran vantaggio, simili a quello che i poeti trovano nella gabbia ritmica. Sono delle sfide. Ti tocca arrangiarti. Rendere esteticamente consapevole una scelta forzata. E, così arrangiandoti, crei uno stile personale. Ti appropri della tua estetica, del tuo linguaggio.
Nel caso della foto di sopra, ho preso a lavorare a mezzogiorno, giocando sulle ombre lunghe e sui contrasti forti, e invertendo le prospettive. Questo perché in piena luce il mio cellulare da il meglio. Io, che non sono un artista,  ho preso a “capire” le possibilità espressive di questa scelta forzata solo in fase di post-produzione. Vedo delle lunghe ombre, e dovrei crederle inquietanti, però un’ombra è lunga perché chi la proietta sta andando incontro al sole. Magari, c’è qualcosa di bello in questo. E, da allora, ho deciso che più speranzoso è il futuro di una persona, più lunga è la sua ombra, perché più imponente la responsabilità di metterlo in atto.
E le foto, come le battute, non andrebbero spiegate. Ma tant’è.
Detto questo, avere limiti è uno stimolo. Andare oltre è una responsabilità: quella di progredire nella personale ricerca stilistica. Sta da sé che chi vuole passare da passione ad espressione (o professione), eventualmente deve arrivarci (o tornarci) alla fotocamera.  Il punto, in entrambi i casi, è continuare con la ricerca, scattare perché senti l’impulso di farlo, lavorare sullo scatto finché non ne sei soddisfatto: e non sentirti mai arrivato.
Luca Pizzimenti promette solennemente che non scriverà più articoli così lunghi e spocchiosi. Se volete, andate sul suo Instagram e prendetelo a male parole, lo merita.

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